La Settimana della Verità
📢La Settimana Scorsa
Quattro giorni di contrattazioni, un'oscillazione dello S&P 500 di quasi 5 punti percentuali tra il minimo di lunedì e il picco di giovedì, e un jobs report che ha cambiato il quadro macroeconomico senza che nessuno potesse tradarlo. La settimana 30 marzo - 3 aprile resterà negli archivi come una delle più dense dell'anno. Lunedì ha riaperto con il solito pesante fardello geopolitico: greggio tornato sopra i cento dollari al barile, alluminio ai massimi da quattro anni dopo nuovi attacchi iraniani a impianti del Golfo nel fine settimana, tecnologia in calo. Poi martedì ha ribaltato tutto: fonti non confermate indicavano che il presidente iraniano Pezeshkian era aperto a trattative con garanzie. Il Wall Street Journal aggiungeva che Trump era pronto a cessare le ostilità militari anche con lo Stretto parzialmente chiuso. Il mercato ha reagito con la sessione migliore da maggio: S&P 500 su di quasi il 3%, Nasdaq oltre il 3,8%. Contestualmente, Powell ha chiarito che le aspettative di inflazione restano ancorate e che la Federal Reserve non intende rispondere (ancora?) ai prezzi energetici con rialzi dei tassi. La probabilità di un rialzo Fed entro fine anno, salita la settimana precedente al 52%, si è sgonfiata in poche ore. Il sollievo è durato meno di due giorni. Mercoledì l'ISM manifatturiero ha segnalato un indice dei prezzi pagati ai massimi del ciclo attuale, confermando che lo shock petrolifero sta trasmettendosi ai costi di produzione. Giovedì sera Trump ha parlato alla nazione: attacchi sull'Iran si intensificheranno nelle prossime settimane, nessuna roadmap per la risoluzione. Il greggio ha impennato oltre i 110 dollari, l'S&P 500 ha perso l'1,5% nelle prime ore per poi recuperare quasi tutto, sorretto da indiscrezioni su un protocollo Iran-Oman per il monitoraggio del transito nello Stretto. La settimana ha chiuso con S&P 500 a +3,36%, Nasdaq a +4,44% ed Eurostoxx a +3,77%, festeggiando la Pasqua con la prima settimana positiva dall'inizio del conflitto. E venerdì mattina, con le borse chiuse in tutto l'Occidente per il Venerdì Santo, il Bureau of Labor Statistics ha pubblicato i dati sull'occupazione di marzo: 178.000 nuovi posti di lavoro non agricoli, contro un consensus che non arrivava a 60.000. Febbraio è stato rivisto ulteriormente al ribasso, da -92.000 a -133.000. Il tasso di disoccupazione è rimasto al 4,3%. Ma nessuno ha potuto comprare o vendere un singolo titolo.
📈Questa Settimana
L'apertura di lunedì 6 aprile sarà un altro dei momenti complessi dell'anno per la gestione del rischio. I mercati americani dovranno assorbire simultaneamente il dato sull'occupazione di marzo, le dichiarazioni di Trump sulla prosecuzione del conflitto e qualsiasi sviluppo diplomatico o militare maturato nel fine settimana. Le borse europee, chiuse anche lunedì per il Lunedì dell'Angelo, non forniranno supporto di liquidità nelle prime ore di contrattazione: la finestra di price discovery sarà ristretta e potenzialmente amplificata. Azioni, futures e dollaro potrebbero muoversi in modo brusco in un contesto di volumi ridotti. Il nodo interpretativo non è solo tecnico. Un dato di 178.000 posti in condizioni normali sarebbe chiaramente positivo. In questo contesto, la lettura è meno lineare. La parte più significativa del rimbalzo è attribuibile al rientro dei lavoratori sanitari in sciopero alla Kaiser Permanente in California, circa 30.000 unità che febbraio aveva sottratto e marzo ha restituito. Al netto di questo effetto meccanico, la forza residua è comunque superiore alle attese, ma non abbastanza da segnalare un mercato del lavoro in piena espansione. La domanda a cui i mercati dovranno rispondere non è se il dato è buono: è se un mercato del lavoro resiliente in una fase di shock energetico è, paradossalmente, una cattiva notizia per la Fed e per la durata del conflitto. Lunedì arriva anche l'ISM dei servizi, spostato dal venerdì festivo. Con i servizi che rappresentano oltre il 70% dell'economia americana, qualsiasi debolezza significativa rimetterebbe sul tavolo la narrativa stagflazionistica anche dopo il titolo favorevole sull'occupazione di venerdì scorso. Mercoledì 8 aprile verranno pubblicati i verbali della riunione FOMC del 17-18 marzo. Sarà la prima lettura dettagliata del dibattito interno alla Fed in un contesto di petrolio sopra i 100 dollari: quanti membri hanno discusso concretamente uno scenario di rialzo, e con quale tono. Qualsiasi linguaggio più severo rispetto alla dichiarazione pubblica sposterebbe i rendimenti al rialzo e rimetterebbe pressione sulle valutazioni azionarie, soprattutto nel segmento growth. Venerdì 10 aprile arriveranno i dati sull'inflazione negli Stati Uniti di marzo che comprenderanno quindi gli effetti del primo mese di guerra. Le attese sono di quelle che non lasciano dubbi: a fronte di un dato di febbraio del 2,4% le attese sono per un balzo di un punto pieno al 3,4% con prime ripercussioni anche sul dato "core", quello che i prezzi dell'energia li esclude, atteso in crescita al 2,7% dal 2,5% precedente. Trump, che ha vinto le elezioni maledicendo Biden e la sua inflazione, dovrà inventarsi qualcosa di convincente per i suoi adepti.